Il Golfo Persico e l’ambiguo viaggio verso la modernità

Il Golfo Persico e l’ambiguo viaggio verso la modernità

Quando finisci sulla prima pagina di Le Monde incominci a essere qualcuno. Mohammed bin Salam ci è riuscito, nell’edizione dello scorso 8 aprile, addirittura bissando con l’occupazione delle prime due pagine interne, attraverso gli articoli firmati da Benjamin Barthe e da Marc Semo. Una sorta di “battesimo mediatico”, a livello francese, interno al grand tour diplomatico che il principe ereditario saudita stava compiendo tra le principali potenze occidentali. Queste ultime, conoscendo colui che i media anglosassoni – solitamente sbrigativi – abbreviano nell’acronimo “MBS”, fanno ufficialmente entrare Casa Saud tra i volti noti all’opinione pubblica, avvicinando quest’ultima a costumi, usanze, persino abiti inconsueti alle latitudini di Greenwich. Un’immagine in particolare colpisce e si pone come simbolo ideale della lunga tournée a cui si è sottoposto le roi bis d’Arabie: il 7 marzo, di fronte al celebre civico 10 di Downing Street – domicilio del premier inglese – Mohammed bin Salam si destreggia con eleganza e senza esitazioni, mentre il fotografo ne coglie il gesto di avvolgersi il mantello sopra la tunica bianca, tipica degli arabi del Golfo (la thawb). “MBS”, a dire il vero, offre un outfit piuttosto vario all’opinione pubblica: era addirittura in jeans nel giugno 2016, nella sede californiana di Facebook, con in testa il casco per la realtà virtuale: “un apprendista re” occidentalizzato e moderno, “tecnologico”, “due punto zero”, secondo i suggerimenti dell’agenzia (americana!) di pubbliche relazioni che ne curerebbe l’immagine, a dar retta ai rumours, e che ne in tende evidenziare, almeno di fronte ai nerd della Silicon Valley, la discontinuità generazionale con le satrapie arabe.

Presente nella rivista N: 
1/2018 - Anno XXX - Gennaio/Marzo
Autore: 
Luca Alteri

Copyright ©2001-2011 Istituto di studi politici "S.Pio V"  -  Webmail