La Rivoluzione tunisina: origini e prospettive

La Rivoluzione tunisina: origini e prospettive

Il 14 gennaio 2011, il popolo tunisino costringe il suo presidente Ben Ali a lasciare la Tunisia segnando l’inizio di una serie di rivolte che porteranno a una fuga simile il presidente Mubarak in Egitto e all’attuale conflitto in Libia. Al pari del 9 novembre 1989, il 14 gennaio dirompe nella memoria collettiva assumendo da subito una valenza epocale almeno per il Medio Oriente, come il crollo del muro di Berlino lo è stato per l’Europa. La rivoluzione tunisina e la sua vittoria segnano non solo la prima cacciata di un presidente dittatore nel mondo arabo da parte del proprio popolo, ma soprattutto la rottura di un modello, quello delle dittature ereditarie e dell’egemonia del partito unico, che trae forza e “legittimità” dalla capacità di garantire una stabilità in aree considerate “problematiche”. È la fine di una struttura ideologica in larga parte favorita dall’Occidente che considera alcune popolazioni incapaci di scegliere per proprio conto una classe dirigente o meglio ancora leaders che si presentino come un’alternativa democratica, non-integralista e non-islamista. Come accadde con la caduta del muro di Berlino, che mise in questione tutti i regimi comunisti, il crollo del “muro di Tunisi” ha una portata planetaria2, aprendo uno squarcio su tutti i regimi autoritari della regione, mettendo in discussione il rapporto tra cittadino e autorità al di là dei confini geografici, politici e culturali. Il successo del popolo
tunisino alimenta la fiducia in un possibile destino diverso per il mondo islamico, mostrando come la rivendicazione di diritti e di dignità siano aspirazioni universali, non sottomesse alla volontà (o meno) delle grandi potenze esterne.

Presente nella rivista N: 
2/2011 - Anno XXIII - Aprile/Giugno
Autore: 
Emanuele Santi

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