Il Monachesimo Benedettino

1. San Benedetto alle radici della civiltà europea

Fondatore del monachesimo occidentale è unanimemente considerato Benedetto, il quale nacque nella piccola città di Norcia verso il 480 d.C., appena quattro anni dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente con la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo. Contemporaneo di Teodorico, ne vide fallire nel sangue l’ambizioso progetto di una pacifica convivenza con i Goti e i Romani; poté quindi assistere agli orrori della guerra fra i Goti e i Bizantini per il predominio dell’Italia (535-553), guerra che lasciò desolata e spopolata la penisola tra stragi e pestilenze. Fu contemporaneo di Giustiniano, di cui poté sperimentare le pesanti interferenze in materia religiosa.

Studiò a Roma e constatò di persona lo stato di grave decadenza in cui versava l’antica capitale dell’impero; da essa, ancor giovane, Benedetto fuggì ritirandosi nel silenzio e nella preghiera nei boschi dell’alta valle dell’Aniene. Una comunità di monaci di Vicovaro lo volle come abate, ma l’esperimento fu un fallimento: ben presto quei monaci, preoccupati per l’eccessiva austerità e disciplina di Benedetto, tentarono addirittura di avvelenarlo. Dopo questa esperienza, egli intraprese una nuova forma di vita monastica: nella zona di Subiaco, sull’esempio di ciò che aveva fatto duecento anni prima in Egitto san Pacomio, organizzò un gruppo di monaci, suddiviso in dodici comunità di dodici monaci; ciascuna comunità aveva un proprio superiore, mentre Benedetto conservava la direzione generale. L’invidia di un prete, che non gradiva l’accorrere della gente con ricchi doni ai piedi del santo, costrinse Benedetto ad abbandonare quei luoghi con il gruppo dei suoi discepoli più fidati. Fra di essi vi erano giovani dell’aristocrazia romana, come Mauro e Placido figli di senatori, ma anche goti e figli di schiavi, gente umile e rozza: per tutti Benedetto era il maestro nella “scuola del divino servizio” (com’egli stesso aveva a scrivere nella sua Regola). Venivano così gettate le basi di un’unità tra “barbari” e latini molto profonda, fondata sulla fratellanza universale insegnata dal Vangelo.

Allontanatosi da Subiaco, Benedetto si diresse a Cassino, sulla cui altura fondò, nel 529, un monastero destinato a diventare il più celebre in Europa. Là avvenne la sua morte, tra il 543 e il 555, in una data che l’antica tradizione ha fissato al 21 marzo. Due o tre decenni dopo la sua morte i Longobardi attaccarono Montecassino e vi compirono la prima delle memorabili distruzioni che scandiscono, come tappe, la storia di quell’abbazia. I monaci scampati al disastro si rifugiarono a Roma portando con sé il testo della Regola, quasi certamente autografo di san Benedetto. Da loro stessi il papa san Gregorio Magno apprese la vita del grande santo e ce ne trasmise il racconto nel secondo libro dei suoi Dialoghi, unica fonte storica in nostro possesso per conoscere la vita di san Benedetto.

La Regola benedettina con le sue esigenze di ordine, di stabilità, di sapiente equilibrio fra preghiera e lavoro, si impose ben presto a tutto il monachesimo occidentale e fu seguita in tutti i monasteri europei. San Benedetto divenne così uno dei santi più popolari e venerati e apparve a tutti come l’uomo suscitato da Dio per portare la pace là dove erano state seminate le distruzioni e la morte. Divenuto il simbolo dell’ideale monastico, fu spontaneo attribuire a lui il merito di tutto ciò che il monachesimo, compreso quello pre-benedettino e quello extra-benedettino, aveva compiuto a servizio della civiltà. Così nel 1947, Pio XII lo chiamò “Padre dell’Europa” e il 24 ottobre 1964, in coincidenza con la consacrazione della basilica di Montecassino, ricostruita dopo la distruzione della seconda guerra mondiale, Paolo VI lo proclamò “patrono d’Europa”.

Il suo patronato sull’Europa si deve anche alla grande opera di evangelizzazione compiuta dai suoi monaci, chiamati a tale compito da san Gregorio Magno: fu l’autore dei Dialoghi a inviare in Inghilterra un gruppo di monaci, il cui capo, Agostino, divenne il primo arcivescovo di Canterbury. Successivamente l’arrivo dei monaci irlandesi e inglesi sul continente segnò l’inizio della seconda fase: innumerevole fu la schiera di monaci che si sparse tra le tribù germaniche ancora pagane. Tra essi si possono ricordare Colombano, Gallo, Willibord e, soprattutto, Bonifacio. Una fitta rete di monasteri e abbazie si estese così in tutta l’Europa: Luxeuil, Bobbio, S. Gallo, Fulda, Reichenau, Corbie e migliaia di altre costruzioni, grandi e piccole, divennero punto di riferimento essenziale per tutte le popolazioni vicine, centri di evangelizzazione e di civilizzazione.

La valorizzazione del lavoro, considerato comemezzo di elevazione dello spirito e perciò imposto a tutti come un dovere, portò a una ripresa della bonifica del suolo e del lavoro dei campi in tempi in cui gran parte dell’Europa occidentale era incolta e spopolata. I monaci si diedero a dissodare e irrigare i campi presso i monasteri, a prosciugare le zone paludose, bruciare le stoppie, arare, seminare. Il bisogno di cera per l’illuminazione delle chiese portò allo sviluppo dell’apicoltura; le necessità di procurarsi la lana per i vestiti, la pergamena per scrivere, il grasso per illuminare, favorì l’allevamento del bestiame.

Ben presto intorno ai monasteri vennero a raggrupparsi contadini in cerca di protezione, i quali presero a dissodare le terre incolte. Rifiorirono così, tra le altre, le culture della vite e dell’ulivo. Ripresero gli scambi commerciali. Il monastero, che normalmente sorgeva in un luogo isolato, divenne un centro presso cui si radunavano, in determinati giorni dell’anno, le popolazioni vicine per scambiarsi i loro prodotti; ben presto divenne il luogo in cui, sotto la protezione dell’abate, poté sorgere un vero e proprio mercato. Con il trascorrere del tempo, per il rapido moltiplicarsi delle donazioni, le proprietà dei monasteri benedettini assunsero proporzioni assai vaste. Lo sviluppo dell’ innovazione tecnica irruppe in quei luoghi di preghiera: mulini ad acqua, oleifici, concerie, tintorie, birrerie, formaggerie e, più tardi, stampe.

Accanto al lavoro manuale, il contributo più rilevante fornito dal monachesimo alla civiltà europea è offerto con la paziente trascrizione degli antichi codici da parte dei monaci. L’esempio classico è il monastero di Vivarium (presso Squillace), fondato verso la metà del secolo VI dall’ex-senatore Cassiodoro; ma in ogni monastero un certo numero di monaci si dedicava a questa attività. Si copiava soprattutto la Bibbia e i testi dei grandi autori cristiani, ma anche storici, poeti, naturalisti e autori di ogni genere del mondo antico trovarono ospitalità nelle biblioteche monastiche. Quello che il mondo moderno conosce della letteratura antica è dovuto in maniera quasi esclusiva all’opera di umili e anonimi amanuensi: Montecassino, Bobbio, S. Gallo, Tegernsee, Fulda e Reichenau sono stati i principali luoghi di conservazione di testi classici.

L’arte dello scrivere era piuttosto faticosa. Nei testi dei secoli IX e X ritornano spesso affermazioni come questa: “L’approdo non è più gradito al marinaio di quanto non sia l’ultima riga del manoscritto allo stanco amanuense”. Alcuni dei manoscritti, soprattutto la Bibbia e gli evangeliari, erano eseguiti in modo lussuoso: a volte la pergamena era tinta di porpora e il testo era scritto con un inchiostro che dava l’impressione dell’oro e dell’argento. Frequenti erano le decorazioni con miniature.

I libri ricopiati con cura servivano ai monaci per la lettura e l’insegnamento. Per lungo tempo i monasteri, infatti, insieme alle chiese cattedrali, furono l’unico luogo in cui ci si preoccupava di istruire e insegnare. Le scuole monastiche erano in primo luogo destinate alla formazione dei monaci; vi erano però dei monasteri che mantenevano delle scuole che potevano essere frequentate da studenti laici.

Le materie di studio erano in genere sette ed erano chiamate arti liberali. Si distinguevano in un primo corso chiamato trivio che comprendeva la grammatica, la dialettica (l’arte cioè di ragionare) e la retorica (l’arte del parlare). Successivamente si passava al quadrivio che comprendeva quattro materie: aritmetica, geometria, musica e astronomia. Tra queste un notevole impulso ebbe col passar del tempo l’aritmetica, grazie alle conoscenze che furono apprese dagli Arabi. Oltre a queste materie interessanti erano gli studi di teologia e di diritto.

L’alto valore che i monaci attribuivano all’ospitalità (l’ospite è “come Cristo” secondo le parole della Regola) fece sì che i monasteri divenissero un punto di riferimento sicuro per i pellegrini o per i vari viaggiatori che vi trovavano aiuto e protezione. Nei loro viaggi verso la Terrasanta, verso Roma o gli altri luoghi degni di venerazione, i numerosi pellegrini sapevano di trovare nei numerosi monasteri che costellavano l’Europa un ristoro alle dure fatiche del viaggio e la risposta a qualsiasi necessità.

Tutto lo sviluppo del monachesimo benedettino trova la sua radice genetica nella Regola del fondatore. Essa consta di un prologo e di 73 capitoli e rappresenta la sintesi più matura delle esperienze monastiche precedenti. Dopo un primo momento di coesistenza con altre legislazioni monastiche, la Regola di Benedetto finì per prevalere e per essere adottata in tutti i monasteri in forza del suo grande equilibrio e della sua maturità. Dal prologo all’ultimo capitolo, san Benedetto istruisce ed esorta i monaci alla perfezione evangelica con amore e sapienza. Lo stile è calmo e sereno, come un discorso familiare fin dalle prime parole: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e tendi l’orecchio del tuo cuore; accogli volentieri l’ammonimento del padre affettuoso ed eseguilo con impegno”. Il monastero è scuola del servizio di Dio, ma anche una scuola nella quale, dice il santo, “speriamo di non stabilire nulla di aspro e gravoso”.

Appare opportuno proporre, per intendere la forza persuasiva di questo testo, alcuni passi, che rivelano la grande finezza psicologica e ilmaturo equilibrio spirituale, motivi centrali nella comprensione del successo della Regola. Ecco il passo relativo all’abate, la cui autorità è un servizio a Dio e ai fratelli: “Quando, dunque, qualcuno assume il titolo di abate, deve esercitare il suo governo sui propri discepoli con duplice insegnamento, mostrando cioè tutto ciò che è buono e santo più con i fatti che con le parole; di conseguenza, ai discepoli in grado di intenderli deve spiegare verbalmente i comandamenti di Dio; mentre a quelli duri di cuore e piuttosto semplici, è con l’esempio del suo agire che deve insegnare i precetti del Signore (…). Non faccia l’abate distinzioni di persone in monastero” (capitolo 2).

Nel capitolo 3 san Benedetto chiarisce il senso della collegialità presente nella vita cenobitica dei benedettini, di cui è garante l’abate: “Ogni volta che in monastero si deve trattare qualche affare di particolare importanza, l’abate convochi tutta la comunità e sia lui stesso a esporre la questione in esame. Ascoltato il consiglio dei monaci, ci ripensi su e decida nel senso da lui ritenuto migliore. La ragione per cui s’è detto di convocare tutti a consiglio è che spesso il Signore rivela a uno più giovane la decisione migliore”. Com’è noto, la Regola benedettina è stata spesso compendiata nell’adagio Ora et labora. Vediamo come il testo parla del lavoro e della preghiera. Ecco, dal capitolo 16, un passo relativo alla costante preghiera: “Seguendo l’esempio del profeta che dice: ‘Ti ho lodato sette volte al giorno’, raggiungeremo questo sacro numero di sette se adempiremo quanto c’impone il nostro servizio alle Lodi, a Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta”. Ecco invece le indicazioni relative al lavoro: “L’ozio è nemico dell’anima; è per questo che i fratelli devono, in determinate ore, dedicarsi al lavoro manuale, in altre invece, alla lettura dei libri contenenti la parola di Dio. Di conseguenza, entrambe le occupazioni vanno a nostro avviso così distribuite nel tempo loro proprio: la mattina i monaci, uscendo dall’Ufficio di Prima, attendono ai lavori necessari fin verso le dieci; da quest’ora fino a quando celebreranno Sesta si dedichino alla lettura. Dopo la celebrazione di Sesta, il pranzo e poi il riposo a letto in perfetto silenzio; nel caso che uno voglia continuare la lettura per suo conto, lo faccia in modo da non dare fastidio a nessuno. Nona la si celebri con un po’ di anticipo verso le 14 e 30; poi si torni al proprio lavoro fino a Vespro. Se poi le particolari esigenze del luogo o la povertà costringeranno i fratelli a raccogliere personalmente i frutti della terra, non se la prendano, perché allora sono davvero monaci se vivono del lavoro delle proprio mani come gli apostoli” (capitolo 48).

Tutta la vita quotidiana è scandita dalla Regola: “A nostro avviso, per il pasto quotidiano, da prendersi a mezzogiorno o alle quindici, sono sufficienti in tutti i mesi dell’anno, in considerazione degli acciacchi di questo o di quel monaco, due vivande cotte, perché chi per caso non può mangiare una, si rifocilli con l’altra (…); se sarà possibile avere frutta o legumi freschi, se ne aggiunga anche un terzo (…); l’astinenza dalla carne di quadrupedi deve essere osservata assolutamente da tutti, tranne che dai malati assolutamente privi di forze” (capitolo 39).

Anche l’abbigliamento è descritto nei minimi particolari: “Nei luoghi a clima temperato possono a ogni monaco bastare una cocolla (di panno di lana pelosa d’inverno, liscio o consumato dal lungo uso d’estate) e una tunica, uno scapolare per il lavoro e, ai piedi, calze e scarpe (…); come arredamento del letto bastino un pagliericcio, una coperta leggera, una pesante e un cuscino” (capitolo 55).

Dettagliata è pure l’indicazione per il riposo notturno: “Se possibile, vi sia un unico dormitorio; se impossibile, per il gran numero, dormano in gruppi di dieci o di venti, sotto la vigilanza dei decani, in un locale dove resti sempre acceso un lume fino al mattino. Dormano vestiti, con al fianco una cintura o una corda ma senza coltello, perché non abbiano a ferirsi durante il sonno. Così i monaci siano sempre pronti, perché appena dato il segnale si levino e si affrettino senza indugio all’opera di Dio” (capitolo 22).

Il dovere dell’ospitalità viene descritto nel capitolo 53: “Non appena dunque l’ospite si annunzia gli vadano incontro i superiori e i fratelli con tutte le premure che lo spirito di carità comporta (…); con particolare attenzione e riguardo siano accolti specialmente i poveri e i pellegrini, perché è proprio in loro che si accoglie ancor di più il Cristo; ché la soggezione che i ricchi incutono, ce li fa da sola onorare” (capitolo 53).

La perfezione personale si accompagna sempre con l’imperativo dell’attenzione caritatevole ai più deboli: “L’assistenza che si deve prestare ai malati deve venire prima e al di sopra di ogni altra cosa, sicché in loro si serva davvero il Cristo (…). I fratelli malati abbiano un locale a loro riservato e un infermiere timorato di Dio, attento e premuroso (…); ai malati del tutto debilitati sia anche concesso di mangiare carne perché riacquistino le forze” (capitolo 36).

Per l’equilibrio tipico di san Benedetto si faccia attenzione alle parole dedicate ai fanciulli e agli anziani: “Per quanto l’uomo sia portato naturalmente a essere tenero di cuore verso queste due età, cioè a dire, i vecchi e i fanciulli, tuttavia provveda loro anche l’autorità della regola. Nei loro riguardi si tenga sempre conto della debolezza delle forze e non si applichino mai le restrizioni alimentari previste dalla regola ma, con amorevole comprensione, si consenta loro di prendere i pasti prima dell’ora fissata per la refezione” (capitolo 37).

L’obbedienza reciproca risulta elemento indispensabile per la vita comune: “Tutti i fratelli non obbediscano solo all’abate, ma si obbediscano anche a vicenda, tenendo per fermo che essi andranno a Dio per questa via” (capitolo 71).

 
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