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L’anno Mille può essere considerato giustamente un momento decisivo di svolta nella storia dell’Europa cristiana. Dopo secoli di decadenza culturale, sociale ed economica, verso la metà del X secolo, cominciarono a moltiplicarsi dei segni di speranza. L’impeto delle invasioni barbariche diminuì; si verificò un’integrazione pacifica tra gli invasori e il mondo cristiano; Ottone I di Sassonia tentava di risollevare le sorti dell’Impero. Nel frattempo, la riforma avviata a Cluny, in rapida espansione, restituiva nell’Europa occidentale rispetto e fiducia alle istituzioni monastiche, anche se neppure tale monastero era esente da debolezze ed abusi. Durante l’abbaziato di Ugo il Grande (1049-1109), il cosiddetto “impero” di Cluny raggiungeva il suo apogeo, con un numero infinito di filiazioni dirette o indirette, ma rimaneva costante l’atteggiamento critico verso le forme tradizionali della vita monastica.
San Pier Damiani è la più conosciuta e certamente la più influente tra le figure dei critici della vita dei monaci. Egli accusava molti abati del suo tempo di esibizionismo mondano: perché trascorrevano più tempo presso le corti dei re che nei loro monasteri; erano più abili in politica che nelle questioni pertinenti la loro funzione abbaziale; erano costantemente coinvolti in litigi a proposito di beni materiali e di rendite. Egli non nutriva nessuna stima per i grandi costruttori che abbellivano le loro chiese ed ingrandivano le loro abbazie. Non poteva resistere dal raccontare una visione avuta sul famoso abate Riccardo di Saint-Vanne nell’inferno, condannato per sempre a costruire delle impalcature come castigo per il suo gusto stravagante per la bella architettura. San Pier Damiani non apprezzava molto lo splendore della liturgia e criticava l’inutilità del suono delle campane, il canto prolungato degli inni e l’uso eccessivo degli ornamenti. In una memorabile visita, fatta a Cluny nel 1063, notò che i vari uffici erano talmente lunghi che nell’orario quotidiano c’era sì e no una mezz’ora libera per fare un discorso con i monaci. Contemporaneamente deplorava la mancanza di mortificazione e di penitenza, soprattutto nel cibo e nella bevanda.
Altre critiche mosse alla vita monastica denunciavano la presenza dei secolari fra i monaci, in una convivenza che si giustificava con vari pretesti; andavano contro la presenza dei bambini e il disturbo che ne derivava, così pure contro la presenza di altri individui non desiderati; contro i monasteri costruiti tanto vicini alle città che la loro solitudine ne veniva messa in pericolo; contro i viaggi inutili e contro un diffuso vagabondaggio invalso tra i monaci. Si faceva notare che la condizione sacerdotale di molti monaci serviva soltanto come pretesto per trascurare il lavoro manuale; l’assunzione di impegni pastorali conduceva a competizioni sconvenienti con il clero secolare. Infatti, continuavano ad aggiungere le critiche, molti abati usurpavano poteri episcopali, acquistavano volentieri delle chiese e molti altri lucrosi benefici, il possesso dei quali era sconveniente per i monaci.
Nonostante le loro molte debolezze, bisogna riconoscere ai monaci di quel tempo gli sforzi coraggiosi sostenuti per riformare la loro vita. Nuove ferventi fondazioni si moltiplicarono, dalla Calabria all’Inghilterra, mentre in pratica tutte le abbazie più antiche, che godevano di una certa fama, intrapresero l’arduo lavoro di emendare le loro osservanze.
Le tre idee-forza che guidarono il rinnovamento della vita monastica nell’XI secolo furono la povertà, l’eremitismo e la vita apostolica. Questi tre valori si integravano e si sovrapponevano e tutti, in certa misura, erano già stati integrati nella Regola di san Benedetto: ma il loro riapparire avvenne con la riscoperta delle forme più antiche di vita monastica. L’originalità delle nuove fondazioni consisteva in gran parte in una integrazione particolare di questi tre elementi fondamentali. I critici del tempo stigmatizzavano, come primo bersaglio, il lusso e la ricchezza, mentre i riformatori esortavano alla più rigorosa povertà come ad un primo passo da compiere per una rinascita significativa. La nuova accentuazione sulla povertà emergeva come reazione spontanea di fronte alla prosperità economica. Il problema era avvertito tanto profondamente, che, nell’XI secolo, alla ricerca di una soluzione, i riformatori oltrepassarono la Regola di san Benedetto per ritornare alla povertà del Cristo sulla Croce, alla povertà degli apostoli e dei loro primi discepoli. Sembrò che il movimento partisse agli inizi del secolo in Italia per diffondersi ben presto in tutto il resto d’Europa.
La rinascita dell’eremitismo, sia come idea che come fenomeno, era strettamente connessa con il nuovo concetto di povertà. Un eremita non solo si ritira dalla società, ma vive in una totale rinuncia, in una totale povertà, sia interiore che esteriore. Come aveva detto san Gerolamo: “nudos amat eremus: il deserto ama coloro che non hanno nulla”. Le radici del movimento si rifanno alle origini della vita monastica in Egitto, in Siria, dei primi secoli del cristianesimo. Ma ciò che è nuovo, nell’XI secolo, è la sua enorme popolarità, la rapida diffusione geografica, la sua penetrazione in tutti gli strati della società. La rinascita della vita eremitica divenne visibile prima in Italia che negli altri paesi. Si può dire che la vita eremitica, al pari della nuova e più rigorosa interpretazione della povertà, emergeva come reazione di fronte ai modelli diffusi di vita monastica, quale protesta spontanea contro le comodità e la quieta routine quotidiana dei monaci delle grandi abbazie, che non offrivano più un ideale di vita sufficientemente valido. Camaldoli, Fonte Avellana, Vallombrosa, Fontevrault, Savigny, Grandmont, la Grande Certosa e Obazine sono semplicemente le più conosciute fra molte altre simili fondazioni di tendenza eremitica, dove alcune strutture istituzionali garantirono la sopravvivenza di una spiritualità caratteristica anche per molto tempo dopo la scomparsa degli eremiti che le avevano fondate e la scomparsa della popolarità dell’eremitismo.
Il terzo elemento ispiratore del rinnovamento monastico fu il desiderio di imitare la vita degli apostoli o, più esattamente, la vita della comunità apostolica di Gerusalemme, nella povertà, semplicità e mutua carità. L’influenza della Chiesa primitiva sulla vita monastica è antica quanto lo stesso monachesimo. La novità era l’urgenza e l’estensione della istanza di riforma, rivolta alle comunità religiose, alla luce del Nuovo Testamento. Secondo Stefano di Muret, un autentico povero di Cristo della generazione successiva, le regole scritte dagli uomini sono solo di importanza secondaria; perciò, “se qualcuno ti chiede a quale ordine religioso appartieni, rispondigli all’Ordine del Vangelo, che è il fondamento di tutte le regole”. Le conseguenze di tali affermazioni sono abbastanza chiare. I monaci dovevano liberarsi dal loro coinvolgimento eccessivo nella società feudale; dovevano abbandonare le loro splendide residenze, i loro cerimoniali complicati, il benessere e le comodità che il lavoro dei loro predecessori aveva reso possibile. I monaci fedeli alla loro eredità apostolica dovevano allontanarsi dal mondo e cercare di rinnovare la propria vita nella semplicità, nella povertà, nel lavoro manuale e nella carità. Questo rese possibile un’ampia serie di fondazioni: i monasteri basilicali romani, le abbazie missionarie degli Anglo-Sassoni, i centri di studio monastici, le abbazie liturgiche dell’epoca carolingia, le abbazie centri di pellegrinaggio, le abbazie cluniacensi dedite al culto, e le abbazie di tendenza eremitica dell’XI secolo.
Il denominatore comune di tutti i tentativi di riforma del secolo XI fu il desiderio di istituire una vita di mortificazione eroica, consumata nella separazione da ogni coinvolgimento negli affari del mondo. E in questo i fondatori delle nuove istituzioni monastiche riscossero un grande successo. Tra i nuovi gruppi di monaci, i Cistercensi rimasero in prima linea nella storia della vita religiosa dei secoli successivi.
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