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Paolo Danei – che al momento della professione religiosa (1741) prese il nome della Croce per indicare la radicale appartenenza al Cristo crocifisso – nacque ad Ovada, in provincia di Alessandria il 3 gennaio 1694, da Luca e Anna Maria Massari; venne battezzato il 6 gennaio prendendo il nome di Francesco Paolo.
La madre portò avanti ben quindici gestazioni e soffrì la morte di nove figli. Queste morti incisero non poco sull’animo del fondatore dei Passionisti, il quale imparò dalla madre a mantenere la serenità e a saperla infondere intorno a sé, a tenere in ordine e pulite la casa e la poca mobilia.
Nel 1701 la famiglia si spostava a Cremolino e Paolo cominciò a frequentare la scuola dei Carmelitani. Nel 1713, sembra nella festa di santa Maria Maddalena, ascoltando un discorso del parroco, ebbe una straordinaria esperienza di Dio Amore, misericordioso e giusto: “Iddio m’ha convertito – avrebbe scritto più tardi – a penitenza [...]. [Solo allora] aveva cominciato a conoscere veramente il suo Dio”.
Tra il 1715 e il 1729 avvertì la vocazione a fondare una congregazione il cui carisma doveva essere incentrato sulla memoria della passione di Gesù, vissuta come “la più grande e stupenda opera del divino amore”. Si confrontò con il proprio direttore spirituale, dirigendosi anche al vescovo per fare chiarezza e discernere quanto la grazia operava nel suo animo. Il vescovo, dopo lungo discernimento, riconobbe la presenza di speciali segni di grazia divina e lo vestì dell’abito nero: gli ordinò quindi di fare quaranta giorni di ritiro in una stanza al lato della chiesa di S. Carlo a Castellazzo, di scrivere la regola per la congregazione e le esperienze spirituali perché meglio potesse discernere la volontà di Dio. In questo tempo, egli scrive, “mi vidi in spirito vestito di nero sino a terra, con una croce bianca in petto e sotto la croce il nome SS. di Gesù in lettere bianche”.
La comprensione più profonda avvertita durante il ritiro fu quella di intuire Gesù come dono del Padre: di qui maturò l’impegno, espresso da un voto emesso anche dai suoi religiosi, di vivere la memoria di quanto Gesù ha fatto e patito per l’uomo e di promuoverla nella gente mediante la vita e l’apostolato. Era infatti convinto che se le persone avessero fatto memoria dell’amore di Gesù, non avrebbero peccato o si sarebbero convertite e impegnate in un cammino di quotidiano di virtù cristiane.
Per circa quaranta anni, Paolo della Croce si trovò immerso nella desolazione spirituale, sicché alcuni studiosi di mistica lo hanno definito come il “principe dei grandi desolati”, vedendo in lui la prova di una partecipazione più profonda alla passione interiore di Gesù per cooperare alla conversione dei peccatori.
Dalla sua esperienza, Paolo della Croce, formulò il seguente principio: “Non si può passare alla contemplazione della divinità immensissima, senza entrare per la porta dell’umanità divinissima del Salvatore”. Egli sviluppò tale insegnamento servendosi dei tempi evangelici: Gesù “porta”, Gesù “via”, Gesù “nel seno del Padre”, convinto che anche negli stadi più sublimi della contemplazione non si debba perdere di vista l’umanità del salvatore, non con attenzione immaginativa, ma con intuizione mistica di amore che egli chiama “occhiata di fede”, “sguardo di amore”.
Questa “occhiata di fede” esorta e muove la persona a “far proprie per amore le pene di Gesù”, perché “l’amore santo è virtù unitiva e fa sue proprie le pene dell’amato Bene”. Se la persona è docile all’azione purificatrice di Dio e mette in pratica le virtù, “l’Amante divino l’attrae a sé e tutta la divinizza [...]. Allora l’anima, tutta immersa in queste pene e dolori, fa un misto amoroso e doloroso, e doloroso ed amoroso”, ed esercita le virtù in modo eroico.
Il frutto più eccelso di questa partecipazione all’amore e al dolore di Gesù è l’abbandono generoso e perseverante alla volontà del Padre celeste, che Paolo della Croce vede anche come un battesimo nello Spirito Santo: “Ogni volta che ci abbandoniamo al divino beneplacito, siamo battezzati nello Spirito Santo e diventiamo figli di Dio”.
Con la sua vestizione, il 22 novembre 1720, Paolo della Croce iniziò la Congregazione della Passione di Gesù, a Castellazzo, ma organizzò, con il fratello Giovanni Battista, la prima comunità sul Monte Argentario, allora Stato dei Presidi, nel 1737, e ottenne la prima approvazione pontificia della Regola nel 1741. Intanto vanno segnalate la sua dimora, come eremita, a Gaeta e al Santuario della Madonna della Civita, ad Itri nel 1726; la sua ordinazione sacerdotale in S. Pietro da parte del papa Benedetto XIII il 7 giugno 1727.
Paolo chiamò i conventi “ritiri” per indicare la solitudine in cui dovevano essere collocati, per favorire l’orazione e lo studio dei religiosi perché divenissero ottimi predicatori e direttori spirituali. Diceva infatti che un direttore spirituale, “oltre l’essere molto dotto, dovrebbe anche essere uomo di altissima contemplazione, mentre senza esperienza non s’intendono le altissime e stupendissime meraviglie che Dio opera nell’anima”.
La storia cronologica degli altri ritiri è la seguente:
- Vetralla (VT) 1744,
- Soriano nel Cimino (VT) 1744,
- Ceccano (FR) 1748,
- Tuscania (VT) 1748,
- Falvaterra (FR) 1751,
- Terracina (LT) 1752,
- Paliano (FR) 1755,
- Monte Cavo (Roma) 1758,
- Monte Argentario (GR) il Noviziato 1761,
- Ospizio del Crocifisso (Roma) 1767,
- Tarquinia (VT) 1769,
- SS. Giovanni e Paolo (Roma) 1773.
Nel 1771 a Tarquinia, Paolo della Croce con la collaborazione della venerabile M. Crocifissa Costantini, il 3 maggio, fondò le Claustrali Passioniste,
desiderando che i loro monasteri fossero scuole di orazione per le donne,
ammettendole anche in clausura per gli esercizi spirituali. Da questo monastero
nel 1811 si svilupparono, per opera della marchesa Maddalena
Frescobaldi, le Suore Passioniste di S. Paolo della Croce dedite all’educazione
delle giovani cadute nella prostituzione o in pericolo di cadervi.
Il servizio apostolico, che Paolo della Croce trasmise alla Congregazione,
si esplicò nella predicazione e nella direzione spirituale ad un gran numero
di persone. Si distinse per l’impegno a convincere le persone, anche le meno
colte, a dedicarsi all’orazione e ne fece particolare obbligo ai suoi religiosi,
perché egli sperava di aiutare in tal modo le persone a prendere maggiore
consapevolezza della propria dignità mediante la memoria dell’amore personale
di Gesù, in modo da saper operare con gli stessi sentimenti di Cristo.
Paolo della Croce, dopo un’intensa vita, si spense a Roma il 18 ottobre 1775.
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