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Senza voler indagare la complessa e articolata vicenda storica della vita religiosa, caratterizzata nei tempi più antichi dal monachesimo, quindi dalla vita mendicante, più tardi dai chierici regolari fino all’esplosione ottocentesca degli istituti consacrati di vita attiva, ci prefiggiamo di illustrare rapidamente, a mo’ di sintesi, alcune caratteristiche generali della vita religiosa dalle origini del cristianesimo ai nostri giorni. Dopo aver delineato un quadro sintetico dei principali momenti della storia della vita consacrata cristiana, esporremo brevemente le peculiarità e i carismi specifici degli istituti dei cui “siti” si discute in questo volume.
Partiremo dunque dal monachesimo, dicendo subito che esso è un fenomeno che rientra nella storia delle religioni non solo nell’ambito del cristianesimo: esso, d’altra parte, per molti secoli ne costituì quasi l’unica manifestazione della vita religiosa. Pur presentandosi in varie forme e modi, può raggrupparsi intorno ad alcuni nuclei tematici di fondo, che si possono così sintetizzare, anche a seconda delle varie interpretazioni.
Il primo dato è una certa separazione dall’ambiente circostante, che porta spesso a una clausura piuttosto stretta. È possibile verificare, in secondo luogo, una continenza sessuale, che comporta lo stato di verginità o di celibato ovvero l’astensione, definitiva o temporanea, di qualsiasi rapporto coniugale o altri rapporti. Centrale è l’importanza attribuita a esercizi religiosi o pratiche spirituali, anche molto diversi tra loro: recita o canto di preghiere o di testi sacri, spesso durante la notte, danze in onore della divinità, meditazione, riti sacrificali. Le pratiche ascetiche rivestono grande importanza all’interno del monachesimo: veglie, astinenze dai cibi e dalle bevande, divieto di alcuni alimenti (soprattutto la carne), digiuni, proibizione di alcuni profumi, di oggetti di lusso, da attività che procurano un facile piacere.
Queste caratteristiche sono comuni sia ai monaci solitari sia alle comunità monastiche. In questo secondo caso, l’organizzazione delle comunità è stabilita mediante una regola, scritta o tramandata, alla quale ci si deve conformare in modo più o meno rigido: il suo rispetto è osservato e disciplinato da un capo al quale gli altri membri della comunità sono sottomessi, per essere i monaci nei suoi confronti in una relazione di obbedienza.
La vita in comunità comporta altresì la messa in comune dei beni posseduti o ricevuti e, di conseguenza, la scelta della povertà individuale.
L’ammissione alla vita monastica non è semplice e prevede un corso di iniziazione che comporta diversi gradi, chiamati solitamente di noviziato: dopo il tempo di prova e di preparazione, la vita monastica viene inaugurata da un impegno pubblico (professione), che sanziona la trasformazione del candidato in un uomo nuovo e la relazione di fedeltà con la comunità con cui ha stretto il patto (un patto indissolubile solitamente designato dall’immagine, nella cultura cristiana soprattutto, del matrimonio spirituale). Le infrazioni alla regola, individuate dai capi, provocano punizioni, la più severa delle quali sancisce l’esclusione dal gruppo a titolo temporaneo o definitivo.
Se queste sono le strutture principali della vita monastica, occorre dire che anche altre forme ne costituiscono aspetti certamente importanti: nome nuovo, adozione di una lingua sacra, vestizione di un abito speciale, portamento nella capigliatura (abbondante o rasata o rasata in alcune parti), ritiro stretto in alcuni periodi dell’anno. In molte organizzazioni monastiche vi è, oltre alla comunità maschile, anche un gruppo di donne, e di laici, che formano, con il loro legame con l’una o l’altra comunità, il cosiddetto terz’ordine.
L’analisi storica di queste caratteristiche e la loro presenza in ambito precristiano, ci fa comprendere come il monachesimo non sia un fenomeno esclusivamente cristiano. Nei monachesimi non cristiani le motivazioni sono estremamente diversificate, essendo state determinate dal tipo di civilizzazione e dal grado di sviluppo culturale propri a ogni paese o ambiente. Vi sono comunque elementi comuni: motivazioni psicologiche (esigenza di unicità, di esclusivismo che deriva dall’adesione a un assoluto che tende a escludere tutto il resto); la trascendenza, per ottenere un contatto con la quale si richiede un rapporto esclusivo che, a seconda dei casi, assume diversi nomi (pienezza, vuoto di sé, nirvana, satori, illuminazione, estasi, trance, contemplazione tranquilla, catarsi, meditazione).
Il monachesimo cristiano all’inizio non fece altro che riprendere i motivi invocati dall’ascesi cristiana anteriore, applicandoli a se stesso e sviluppandoli. Al di là della diversificazione territoriale, presente in ambienti distinti, i motivi non furono di origine unicamente cristiana: influssi di tradizioni culturali e religiose estranee al cristianesimo, le radici giudaiche, le connessioni con la filosofia ellenistica.
Tuttavia, questi influssi di antiche tradizioni lasciano il posto alla ben più larga centralità del vangelo e della sequela Christi. Il monachesimo cristiano si caratterizza per un profondo e centrale attaccamento alla persona di Gesù, con un unificante desiderio di partecipare intensamente all’opera di salvezza che il Padre ha realizzato in lui mediante lo Spirito Santo: senza il fatto di Cristo, non vi sarebbe stato un monachesimo cristiano.
La vita religiosa antica e medievale è stata dunque ancorata al monachesimo. Soltanto nel XII secolo si verifica la svolta degli ordini mendicanti che alla stabilità monastica affiancarono e opposero l’attività apostolica: i Frati Minori fondati da san Francesco d’Assisi e i Frati Predicatori fondati da san Domenico Guzman rappresentarono il nerbo di questa nuova inserzione di linfa vitale di spiritualità nella vita della Chiesa. Agirono nel mondo, ma mantennero l’aspirazione a non inserirsi pienamente nel mondo, salvaguardando quella necessaria separazione che costituiva ancora un carattere distintivo della vita religiosa.
Se il Concilio Lateranense IV (1215) di fronte all’esplosione quantitativa delle nuove famiglie religiose volle porre un freno, una rinnovata ventata spirituale, accompagnata anche dalle nuove esigenze di difesa scaturite dalla Riforma protestante, diede vita, nel Cinquecento e nel Seicento, alla nascita di nuovi ordini religiosi maschili che dimostrarono attenzione alla vita sociale e politica del tempo, inserendosi con la loro opera nei settori lasciati incustoditi dalla vigilanza delle pubbliche istituzioni e arando il campo ecclesiastico in quelle zone non dissodate dal clero diocesano, non dimenticando peraltro l’attività missionaria.
L’Ottocento, infine, costituisce il quarto grande flusso di vita spirituale, tanto da essere stato definito il secolo della vita religiosa. Accanto alle tradizionali famiglie vengono maturando nuove esperienze, in particolare per le donne che, finalmente, sono abilitate a lasciare la clausura per poter esercitare il proprio carisma nel secolo.
Volendo presentare sinteticamente i religiosi presenti nei conventi e nei monasteri della provincia di Latina, appare opportuno fermare primariamente l’attenzione sul monachesimo benedettino, facendo però rilevare come in questa provincia siano presenti sostanzialmente, ancora oggi, rappresentanti di tutte le fasi della vita religiosa, dal monachesimo agli istituti di vita attiva nati nel XIX secolo. È una bella ed evidente dimostrazione di ricchezza religiosa, che questa terra custodisce e alla riscoperta della quale questo scritto intende dare un suo contributo.
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