Territorio e insediamenti

1. Uno sguardo d'insieme


3 - S.S. Appia (Terracina)
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Il rapporto uomo/ambiente è definito da una estrema varietà di situazioni e di esiti connessi sia alle risorse del territorio stesso, inteso come ambiente, sia agli aspetti culturali, tecnologici, di organizzazione sociale, che fanno emergere come il nesso tra uomo e spazio naturale abbia caratteri primordiali.

Molti aspetti materiali nella vita dell’uomo - culturali, religiosi, politici - influiscono sulla organizzazione dello spazio e danno senso e forma al territorio.

Lemanifestazioni più evidenti del rapporto tra l’uomo e l’ambiente sono costituite dallo spazio antropizzato, vale a dire dalle porzioni di territorio organizzato a fini agricoli ed insediativi. L’ambiente assume quindi un significato diverso, più segnato dal ruolo dell’uomo il quale lo modifica, lo organizza, lo attrezza per i propri scopi.

Una prima chiave di lettura del rapporto uomo/ambiente è quella geografica, ma le letture archeologiche e della ricostruzione della storia del territorio, consentono di introdurre una analisi diacronica del rapporto uomo/ambiente.

È la geografia delle sedi che indaga il nesso tra conformazione morfologica del territorio e sito insediativo, studiando la collocazione degli insediamenti.

A questo proposito risulta utile distinguere il concetto di “paesaggio” da quello più proprio di “territorio”, poiché il primo viene assunto come sintesi descrittiva dell’ambiente rurale e dell’attività di cui è teatro. Il paesaggio risulta essere anche un concetto operativo, nel senso che è assunto come un valore da “leggere”, tutelare, impiegare nei processi economici; è dunque l’aspetto visivo della organizzazione del territorio.

Emerge, così, come il rapporto uomo/ambiente sia funzione non tanto delle condizioni originarie del territorio, quanto della capacità dell’uomo – nelle diverse formazioni sociali – di modificarlo nel corso del tempo sulla base delle proprie capacità tecniche, organizzative, di governo dei processi. Da tutto questo emerge il passaggio da ambiente a territorio.

Quest’ultimo è lo spazio delle relazioni, che comporta la definizione delle regole del dominio sullo spazio non organizzato, quindi delle regole politico-sociali, del regime degli scambi, degli aspetti culturali e dei fatti materiali che consentono le relazioni. Si afferma, quindi, in seguito, l’importanza del luogo inteso come spazio con un significato per l’uomo, e si segna così il passaggio alla prassi edificatoria.

Territorio è termine che indica le forme relazionali che si sviluppano nello spazio. Esso viene inteso come riassuntivo del complesso di relazioni che si strutturano nel tempo tra uomo e ambiente via via trasformato e tra le diverse formazioni sociali.

Il concetto di territorio risulta essere l’esito di lunghi processi di strutturazione dello spazio fisico; il risultato dell’azione storica dell’uomo immersa nel tempo geologico e biologico; un intreccio inscindibile e sinergico di ambiente fisico, ambiente costruito, ambiente antropico.

Il territorio, dunque, ha molte dimensioni. Non è, infatti, un dato, ma il risultato di diversi processi, sia naturali che umani. È, quindi, allo stesso tempo, un prodotto (oggetto di costruzione), un progetto (oggetto di intenzioni d’uso), un segno (portatore di significati, di simboli), una forma (esito di processi spontanei e delle azioni umane).

Il territorio è un “luogo denso”: vi operano soggetti con interessi diversi e con punti di vista diversificati, che possono sviluppare relazioni cooperative o conflittuali. In questo senso riflette intenzioni d’uso e può essere visto come:
  • risorsa/valore;
  • sede delle attività;
  • luogo della loro organizzazione nei sistemi insediativi;
  • oggetto della pianificazione.
I diversi punti di vista generano modi di leggere, interpretare e governare il territorio diversificati. È possibile, comunque, una lettura che metta in relazione le grandi questioni individuando le relazioni fondamentali tra le diverse componenti:
  • sistema ambientale (la base materiale: la conformazione fisica, i caratteri morfologici, le presenze naturali);
  • sistema insediativo (sistemi urbani e relative componenti: residenza, produzione, servizi);
  • sistema delle relazioni (infrastrutture, ma anche relazioni immateriali).
Le differenti intenzioni operative portano a declinazioni diverse di tale schema di base. In particolare, mentre solo alcuni momenti del governo del territorio ed alcuni strumenti di intervento agiscono sulla globalità delle componenti territoriali, numerosi sono i momenti che intervengono in modo settoriale.

La spiegazione del territorio inteso come sistema di relazioni tra le sedi delle attività umane richiede l’uso di specifici strumenti di lettura che sono principalmente di tipo geografico ed economico.

Francesco Gatti riassume le azioni che “producono territorio”, definendo i seguenti “atti territorializzanti”:
  1. denominazione: un tratto di superficie per mezzo di questa operazione diventa un “luogo” preciso. Per dare un nome agiamo contemporaneamente nella sfera materiale, immateriale, simbolica;
  2. perimetrazione: si dà territorio solo se si tracciano dei confini, che consentono l’identificazione e il confronto con gli altri;
  3. trasformazione materiale: è un atto che trasforma il paesaggio e la naturalità dei luoghi;
  4. comunicazione: è la capacità di uscire dai limiti fisici della natura attraverso forme di comunicazione che crea reti, maglie, nodi;
  5. strutturazione: combina i fattori precedenti in strutture dotate di senso e orientate ad uno scopo ( il villaggio, la città, la regione, il comprensorio).
Il primo grado di organizzazione del territorio è quello dello spazio agricolo. Con questo si individua in primo luogo una distinzione tra lo spazio utile e le zone marginali. A sua volta lo spazio utile è distinto secondo le grandi funzioni prevalenti. Spazio agricolo è definito quello utilizzato in permanenza rispetto ai pascoli e alle boscaglie, occupati saltuariamente.

Un aspetto importante, nella appropriazione del territorio da parte dell’uomo attraverso l’agricoltura, è costituito dalla formazione della proprietà. Lavorare il suolo, seminare ed attendere il raccolto non avrebbe senso se non si potesse vantare un diritto su quanto prodotto. Questo assume ancora maggiormente significato se visto in rapporto alla successione ereditaria: l’investimento fatto nella organizzazione dei campi, nel miglioramento del suolo, nelle costruzioni, verrà lasciato ai figli ed ai nipoti e costituirà la base per la loro sopravvivenza. Il principio di proprietà contiene pertanto anche un principio di responsabilità e di solidarietà intergenerazionale: il buon uso delle risorse consente la vita alla famiglia attuale e sosterrà i discendenti.

Per quanto riguarda le distinzioni all’interno dello spazio agricolo, la differenza principale è quella tra le zone a coltura stabile e lo spazio pastorale. Lo spazio colturale comprende gli arativi, le terre “piantate” e i prati destinati a sostenere un allevamento integrato all’economia colturale. Lo spazio pastorale, invece, è spesso molto vicino allo stato naturale. Entrambi gli spazi sono importanti per lo svolgimento delle attività, ma danno luogo a due modelli diversi, segnati sia dalla forma proprietaria che dal rapporto tra territorio agricolo e insediamenti.

Tra gli esempi si possono citare il modello dell’Europa centrale, dove vi sono villaggi aggruppati al centro di campi aperti caratterizzati dalla forma stretta e allungata secondo le esigenze delle colture arative. È, questo, il modello della policoltura che vede la coltivazione contemporanea da parte di ciascuna famiglia di appezzamenti di terreno, di diverse qualità e destinati alle differenti coltivazioni, disposti attorno al villaggio (Francia dell’Est, Germania dell’Ovest).

Un secondo modello è quello dell’insediamento sparso, dove prevalgono i campi chiusi. Si tratta spesso di appezzamenti dove è presente l’abitazione del contadino (podere dell’Italia centrale).

Altro modello è quello della grande proprietà coltivata a mezzadria, dove la fattoria è organizzata in poderi ciascuno dei quali coltivato da un contadino e la sua famiglia che divide a metà il raccolto con il proprietario (Italia centrale).

Certamente i modelli e le varianti non sono solo questi ed è importante mettere in evidenza il modello del centro rurale meridionale nelle aree a latifondo, dove ad un insediamento aggruppato corrispondevano grandi proprietà coltivate dai braccianti che risiedevano nel centro abitato.

L’ambiente antropico è l’ecosistema entro il quale l’uomo si colloca in posizione non preminente, dovendo accettare le regole e i vincoli della natura.

L’attività agricola determina, dunque, regole precise di rapporto tra uomo, territorio e insediamenti, che può essere definito in termini di “ecologia”: il centro può crescere in ragione delle dimensioni del territorio di pertinenza e delle forme della coltivazione. Questo non significa che non siano possibili modificazioni di rilievo, anzi, il rendimento delle terre coltivate varia enormemente in ragione delle modalità della coltivazione, dell’organizzazione e degli investimenti fatti in migliorie e, anche le dimensioni dell’insediamento possono variare di conseguenza.

La presenza di varie modalità insediative (centri compatti, nuclei sparsi, singole abitazioni diffuse, ecc.) è comprensibile non solo e non tanto in funzione della morfologia del territorio, ma in ragione della diversa storia insediativa.

La localizzazione delle attività sul territorio risponde ad esigenze diverse che sono state descritte da differenti strumenti di indagine: di matrice geografica (descrizione ed analisi di fenomeni spaziali), economica (studio dei valori dei fattori spaziali, ed in particolare dei fattori di localizzazione), urbanistica e territoriale (scelte organizzative e localizzazione delle attività).

L’interesse principale di questo tipo di analisi consiste nel cogliere le motivazioni per le quali certi punti del territorio sono favoriti rispetto ad altri nella localizzazione delle attività produttive, di commercio, di servizio, residenziali, turistiche; perché, dunque, certe situazioni territoriali favoriscono la crescita delle singole attività, mentre altre condizioni danno luogo a fasi di ristagno o di declino.

Partendo dalla distinzione tra lo “spazio economico” e lo “spazio geografico”, si possono cogliere due sistemi di relazioni che, nel primo caso, possono essere definiti come “relazioni orizzontali”, mentre nel secondo possono essere descritte come “relazioni verticali”. Questo significa che, mentre le attività economiche avvengono essenzialmente sulla base di relazioni tra siti diversi, le interazioni tra le attività e il luogo sono spiegabili in ragione della natura stessa del sito. Le leggi economiche non riescono quindi a spiegare tutti i fenomeni, in quanto lo spazio è composto contemporaneamente da entrambi i tipi di relazione.

Il territorio è quindi l’esito di entrambe le relazioni: le azioni umane possono modificare in profondità le condizioni del sito, non tanto per quanto riguarda le sue caratteristiche fisiche (anche se questo aspetto non è comunque da sottovalutare), quanto per i suoi valori ed opportunità. Il ruolo delle risorse ( intese in senso ampio come le condizioni che consentono processi di valorizzazione di vario tipo), può essere colto alla luce di tali considerazioni.

La localizzazione “strategica” di un centro è spiegabile solamente all’interno di un certo quadro territoriale. La possibilità di impiegare in un ciclo produttivo un determinato bene dipende sia dalle condizioni territoriali sia dalle condizioni generali di tipo economico-sociale. Anche le risorse non sono, quindi, un dato, ma l’esito di processi economico-sociali, storicamente determinati. Questo significa che talune opportunità che hanno senso in una certa fase storica possono perderlo in un’altra, spiegando l’andamento dei processi insediativi e i fenomeni di crescita e declino dei territori e delle città.

 
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