2. L'esempio della Provincia di Latina

L’analisi della situazione ambientale della regione ha messo in evidenza una conformazione geologica quanto mai articolata che ha permesso un altrettanto articolato sfruttamento economico.

A Nord si trovano i terreni vulcanici delle estreme pendici dei monti Albani, trasportati dalle alluvioni fino a Forum Appii (Borgo Faiti): questa è sempre stata una zona molto fertile, ben irrigata, adatta nelle parti alte alla coltivazione della vite, più in basso alle colture orticole ed anche ai cereali. Molto fertili sono state anche le terre rosse, alle pendici dei monti calcarei del lato orientale, adatte tanto ai seminativi che ai pascoli. Anche l’area centrale, prossima alla palude, è da sempre stata piuttosto fertile.

Uniche zone improduttive o quasi sono quelle sabbiose del cordone litoraneo e degli stagni costieri. Tuttavia, tale zona è stata sempre ricca di foreste e molto pescosa.

Si tratta, dunque, di un ambiente particolarmente adatto ad uno sfruttamento misto: cereali e ortaggi nella fascia di pianura ai piedi dei rilievi settentrionali e orientali; sulle pendici di questi, la vite e l’olivo; pascoli estivi per gli ovini sulle montagne, invernali ai piedi di queste; pesca negli stagni costieri, e allevamento del maiale nella foresta.

La disposizione degli insediamenti lungo i margini del territorio, alle pendici e sulle sommità dei rilievi, coincide molto bene con le aree più fertili.

Le più antiche testimonianze di sfruttamento del suolo risalgono al V secolo a.C., in concomitanza ad una crisi climatica di tipo freddo-umido, della durata di 100-150 anni, che provocò l’alluvionamento delle aree pianeggianti e probabilmente la conseguente risalita delle popolazioni lungo i versanti montuosi.

La montagna è costituita non di catene parallele, ma di massi poderosi separati da burroni, con terreni poco profondi, pietrosi. Sui Lepini, in particolare, sono presenti inghiottitoi carsici che nascondono le acque, risorgenti poi ai piedi dei monti. Nel passato geologico i vulcani in attività avevano ricoperto di una fertile materia l’ossatura calcarea e su questo strato era cresciuto il manto boscoso. Prima dell’ultima grande opera di disboscamento di fine Ottocento, la risorsa forestale era stata già tanto duramente saccheggiata dagli uomini che cime e pendici presentavano ampie zone prive di alberi ad alto fusto. Il bosco era stato ridotto a pascolo in funzione della trasformazione del legno in carbone, dello sfruttamento diretto e non pianificato del legname, della sostituzione con la coltivazione del grano a bassa resa che in breve depaupera il terreno.

In corrispondenza di aree adatte allo sfruttamento del suolo, si collocano terrazzamenti in opera poligonale in calcare, che risalgono al V secolo a.C., con la duplice funzione abitativa e agricola. Da questo periodo in poi si nota una costanza delle tipologie insediative e del materiale utilizzato, la pietra calcarea, che stanno ad indicare l’adattamento dell’uomo ad un territorio aspro, roccioso e con scarsezza d’acqua.

L’economia agricola si è fondata essenzialmente sulla coltivazione dell’ulivo, pianta che ben si adatta ai pendii scoscesi con suoli calcarei, mentre in corrispondenza dei terreni costituiti da ceneri vulcaniche si è sviluppata la coltura del castagno.

Circa alla metà del secolo XIX i dati emersi dall’Inchiesta Jacini fanno emergere che in tanta parte dell’Appennino centrale il coltivato si attesta intorno al 20 per cento della superficie agraria, sugli Ausoni il terreno classificato come incolto produttivo raggiunge il 30 per cento.

Si giunge all’evidenza di questi dati attraverso il lungo percorso che vede il territorio del Lazio meridionale organicamente e proficuamente sfruttato dai Romani ed in seguito al crollo dell’impero romano abbandonato all’insediamento di un sistema ecologico ed economico di tipo del tutto diverso.

La provincia è ricca riserva alimentare per Roma in età repubblicana ed imperiale: il pesce si alleva nei laghi costieri e nei vivai ittici; il frumento si coltiva nell’agro Pontino; la frutta nella pianura di Fondi; il vino Coecobum si produce sulle colline tra Fondi, Itri e Formia, il Falernum nell’omonima località.

I Romani usavano il termine pomptina palus per indicare una area ben differenziata dall’Ager Pomptinus. Un’area con predisposizione naturale all’impaludamento per ricchezza di acque di risorgive pedemontane, esistenza di terreni di livello più basso di quello del mare, ostruzione delle foci marittime, difficile scorrimento di acque piovane e sorgive, un’area del tutto distinta da quella granaio di Roma.

La campagna produttiva sembra essere circoscritta al territorio compreso fra le ultime propaggini dei monti Albani, il Tirreno e i depositi terminali del Vulcano Laziale. Tutto il resto era territorio difficile: sterile (la duna quaternaria tra Nettuno e il Circeo), impaludato (aree depressionarie fino a –2 metri), o acquitrinoso. La progettazione, nel 312 a.C. della via Appia, testimonia comunque che si trattava di un territorio controllabile (bonifica del console Cornelio Cetego nel 162-160; successivi restauri da parte di Augusto, Claudio, Traiano).

La provincia è un itinerario obbligato per chi voglia recarsi a Sud o da Sud a Roma. La via Appia fu la strada dei grandi passaggi e ad essa è legato quello di San Paolo, prigioniero in marcia verso Roma, come raccontano gli Atti degli Apostoli.

Nell’ordito naturale dello schema geografico si era venuto sovrapponendo, attraverso un lento processo storico, una trama di vie, prevalentemente con andamento Nord-Sud, in conseguenza della funzione di transito della regione, dettata dalla sua collocazione geografica, integrata da direttrici trasversali legate alla transumanza, che convogliano regolarmente da Est gli armenti verso la fascia costiera. Tra le direttrici viarie longitudinali si possono riconoscere, procedendo da Ovest verso Est, una via costiera, una di pianura, una pedemontana che sfruttava il versante occidentale dei Lepini, una dei Monti Lepini interni, una lungo la valle del Sacco. Tra le vie tangenziali le più importanti erano date dai naturali canali di penetrazione, come le valli fluviali.

Con la fine dell’Impero romano, città un tempo floride caddero in rovina, scomparsa ogni autorevole presenza statuale e amministrativa, anche il sistema che reggeva l’equilibrio idraulico dell’Agro Pontino decadde e la palude, controllata per secoli dalla presenza degli agricoltori, si reinsediò in zone sempre più ampie, accompagnata dalla malaria.

La sistemazione dei confini dello Stato pontificio dopo le invasioni longobarde delimiterà le aree del Lazio meridionale distinguendole in Marittima e Campagna. Gli antichi confini della Campagna e della Marittima sono così indicati: Campagna indica la regione tra i Lepini e gli Ernici, dalle sorgenti del Sacco a Ceprano; il nome di Marittima, invece, viene usato per indicare la zona costiera che va dal basso Tevere al Garigliano.

Nelle zone che nell’alto medioevo si trovano a svolgere la naturale vocazione di asse di collegamento tra Marittima e Campagna e che oscillano tra la periferia del Regno di Napoli e quella di uno Stato Pontificio ormai organizzato nel potere temporale, il passaggio è segnato dal processo di incastellamento, ossia dall’aggregazione delle popolazioni sparse e delle famiglie contadine sotto un signore. Vengono scelti i luoghi meglio difendibili e si organizzano militarmente e urbanisticamente per far convergere l’abitato verso il punto più alto e più protetto.

Nei centri della collina le case si avvolgono attorno alle curve di livello creando la necessaria compattezza edilizia, con strade strette in cui un aggressore potrebbe manovrare con difficoltà e un difensore opporsi facilmente. È il momento in cui prendono forma Cori, Norma, Sezze, Piperno poi Priverno, Sermoneta, Bassiano, Lenola, Campodimele, Monte San Biagio.

Data la scarsità di terreni adatti all’agricoltura, i Comuni sono stati spesso in lotta tra di loro per accaparrarsi i terreni migliori, soprattutto nelle fasi di sviluppo demografico.

Caratteristica di tutti i versanti acclivi è la presenza dei gradoni realizzati per conquistare terra da coltivare, ottenuti mediante muri a secco che riducono la pendenza del terreno.

La rinascita ha inizio con il X secolo, testimoniata da esemplari edificazioni: la chiesa di San Benedetto a Piperno, il castello di Minturno, mentre i monaci cistercensi cominciano la bonifica della parte finale della pianura dell’Amaseno (chiamato all’inizio del Mille Fossa nova), o – seguendo la leggenda - aprendo, nei pressi di Priverno, il fosso nuovo che darà il nome alla nuova località (Fossanova, appunto).

Risalgono poi all’XI-XII secolo nuovi tentativi di disciplinare le acque pontine, dopo quello fallimentare ostrogoto. Il primo è attribuibile a San Lidano di Antena, benedettino, che visse in territorio Pontino dal 1046 al 1118, che costruì un cenobio e una chiesa dedicata a santa Cecilia e realizzò fossati che consentirono di coltivare la campagna circostante al convento.

Alcuni tentativi di insediamento agricolo vengono vanificati dall’ostilità dell’ambiente. L’impulso a tale iniziativa va cercato nei condizionamenti ambientali. Tra l’XI e il XIV secolo d.C., infatti, si ebbe un periodo caldo, con temperature di 2 °C maggiori delle attuali, e l’innalzamento del livello marino, conseguente alla scioglimento dei ghiacciai, che determinò l’impaludamento della pianura Pontina. Questo probabilmente spinse i paesi pedemontani, i quali avevano perso terre coltivabili, ad associarsi con Carpineto Romano, al quale apparteneva la sorgente la Fota, e a dar inizio all’esperimento agricolo della nuova abbazia, avente come perno la vicina sorgente d’acqua.

La parte interessata al recupero di terre fu il pianoro sotto il Monte Riai, presso la sorgente la Fota: qui, su di un punto elevato, nell’anno 1247 sorse l’abbazia cistercense di S. Stefano, ad opera di tre fondatori laici, che consentirà l’opera di recupero agricolo di una vasta area a ridosso della palude. L’esperimento cistercense, pur durato un breve lasso di tempo, ebbe anche una notevole portata storica, perché l’Atto di Donazione creò successivi conflitti ed aggiustamenti confinari nei secoli.

La riacquistata libertà di movimento consentiva già da tempo una isolata esperienza eremitica presso la fonte S. Tommaso, nei Lepini centrali, dove i signori di Carpineto, tra gli altri privilegi permisero lo spostamento di animali dai monti alla Valle del Sacco, presso l’abbazia di S.Pietro di Villamagna.

Una presenza eremitica dettata da una costante necessità di carattere religioso, ma anche politico e civile: ad evitare frequenti conflittualità tra pastori, tra pastori e contadini, sorsero presso le fonti i romitori. Uno presso l’Acqua la Chiesa, ai confini di Sezze, un altro presso il Formalicchio al Perrone Santa Margherita, un altro ancora presso l’Annunziata, infine, sulla via della transumanza, S. Antonio Abate (divenuto successivamente S. Agostino).

Tali precisi dislocamenti presso fonti sgorganti verso gli avvallamenti a quote altimetriche più elevate rilevano un incremento demografico, dovuto certamente ad un miglioramento della produzione agricola, con una più sicura rotazione di frumento e di farro, a migliorie del vigneto e dell’oliveto fino ad un più attento interesse per il castagno, che dal secolo XVI sarà in continua espansione alle falde del monte Capreo.

In terreni più umidi e pianeggianti si coltiva la canapa (le cannavine), ed anche le biade per l’allevamento dei cavalli, animali addestrati alla guerra. Le parti più elevate dei monti, invece, sono riservate ai signori feudatari per l’allevamento di animali, consentendo alla comunità lo jus legnandi et pascendi.

Con la dimora stanziale sui monti, dovuta all’intensa attività agricola e pastorizia, oltre le capanne cominciano a svilupparsi i casali e le caprarecce, in malta e pietra calcarea. Il materiale archivistico e catastale ci fa conoscere, attraverso la toponomastica, insediamenti di notevole sviluppo (Casal del Pozzo, Casal Vaccino, Casale Roccio, Casale Donna Chiara, Casali della Veteca, Valle Casale, ecc.).

Tra il XVI e il XVIII secolo la continua richiesta di terre da assoggettare a coltura, volge l’interesse anche verso la parte più elevata dei monti: colossali terrazzamenti per addolcire i forti pendii, chiusura dei fondi, dettero inizio ad una continua conflittualità con il mondo della pastorizia.

È per questa serie di motivi che Leone X affida al fratello Giuliano de’ Medici l’incarico di bonificare la zona Sud-orientale dell’agro. Giuliano iniziò i lavori nel 1515, per creare collettori che convogliassero l’acqua in mare. Fu così scavato il grande canale che prese il nome di canale Giuliano, oggi Portatore, che convoglia nel mare a Ovest di Terracina le acque provenienti dal bacino del fiume Ufente. Probabilmente la paternità del progetto è attribuibile a Leonardo da Vinci che risiedeva in quel periodo a Roma.

Questo isolato tentativo di bonifica non risolse, comunque, la situazione delle paludi che nel tempo erano impiegate economicamente con il sistema delle “peschiere” attraverso cui veniva sfruttato lo stato naturale del territorio, dando reddito ai comuni ed alla Chiesa locale e permettendo ai latifondisti di mantenere la proprietà senza rimetterci.

Le “peschiere” erano sbarramenti artificiali lungo il corso di fiumi e canali che inondavano con le loro acque i campi circostanti, ma convogliavano i pesci in passaggi obbligati dove potevano facilmente essere pescati. Questo sistema giustificava economicamente l’esistenza ed il mantenimento delle paludi stesse.

Sul problema si impose Sisto V, al quale si deve il più importante tentativo di risanamento delle paludi prima di Pio VI. Tra i motivi che spinsero il pontefice ad affrontare una nuova bonifica, innanzitutto i risultati del primo censimento nello Stato Pontificio, nel 1656, che avevano rilevato in Agro Pontino la presenza di 11.224 abitanti, ventimila in meno di tre secoli prima; l’affermarsi del brigantaggio; i contrasti tra la famiglia Caetani e Sezze. L’opera più impegnativa fu l’apertura del grande canale che prese il nome dal pontefice, che avrebbe dovuto raccogliere le acque torrentizie del fosso di Cisterna, di Teppia, del Cavata e del Ninfa per condurle al mare tra Terracina e San Felice Circeo.

Sisto V seguì i lavori in prima persona con lunghi soggiorni sul posto, dove contrasse la malaria che lo condusse alla morte nel 1590.

Innocenzo XI e Innocenzo XII ripresero il problema della bonifica, chiamando in scena gli olandesi, che lunga esperienza avevano in fatto di bonifiche, ed i lavori vennero finanziati dal duca di Bracciano Livio Odescalchi, che avrebbe avuto in concessione le terre bonificate. Ma gli interessi di Sezze furono più forti, e indussero gli Odescalchi a rinunciare all’impresa, malgrado i soldi già investiti.

Nella pianura Pontina rimangono le paludi.

La malaria è padrona delle aree litoranee, le risorse agricole si sono impoverite, le comunità non hanno neanche i servizi più elementari, l’economia si regge sulla sopravvivenza. L’andamento di tutto il Settecento non si discosta da questo quadro, aggravato, in seguito, dal passaggio dell’armata franco-polacca diretta a Napoli tra il 1798 e il 1799.

Spicca su questo sfondo, dopo i fallimentari progetti di Clemente XIII, il primo tentativo di bonifica integrale di Pio VI, interrotto proprio dall’invasione francese. Oltre che a risolvere il problema idraulico, esso guardava anche agli aspetti sanitari, edilizi ed alla gestione del territorio. Le opere realizzate furono numerose; la più importante fu la riapertura della via Appia, il cui manto stradale fu ricostruito sollevato su una massicciata per ripararla dall’acquitrino. Oltre all’ampliamento del canale Linea, che avrebbe raccolto tutte le acque provenienti dal bacino pedemontano, il progetto di bonifica prevedeva soprattutto un primo tentativo di riforma fondiaria, che frazionava il comprensorio e lo affidava in concessione su pagamento di canone. Ma i proprietari latifondisti riuscirono in breve a riaccorpare il territorio impedendo la nascita di una piccola proprietà contadina e decretando il fallimento della riforma.

Una volta realizzata l’unità d’Italia, si procede anche alla realizzazione di grandi opere strutturali. Nel 1862 viene fondato il “Consorzio della bonifica Pontina”, relativo alle terre situate alla sinistra del fiume Sisto.

L’inchiesta svolta da Stefano Jacini per il Parlamento unitario nel 1877, e pubblicata nel 1884, ha lasciato dei territori che appartengono alla provincia di Latina, ed in particolare dell’Agro Romano e Pontino un quadro desolante. Larga parte del territorio coperto di acquitrini, malaria endemica, comuni montani centri di deflusso e riflusso, insediamenti solo ai margini, passaggi di transumanza invernale, vita stentata in foresta e nelle lestre per gli abitanti dei comuni montani; per tutti coloro che stentavano la vita in palude nei mesi invernali e tornavano nei paesi d’origine sulle alture ai primi caldi dell’estate.

Interessante è il quadro che lo storico francese La Blanchère diede della situazione alla fine del secolo scorso. Ne emerge uno stretto legame economico e sociale tra le zone palustri della pianura e le zone montane preappenniniche.

“In ottobre, nell’Appennino, si sente che la neve è prossima. Nella pianura Pontina, le piogge di novembre stanno per ridar vita alla natura inaridita e fanno un po’ diminuire la febbre. In questa fase di intermezzo, la macchia terracinese si va popolando. Dall’Appennino romano (...) una folla di persone viene ad abitarvi. (...) Nell’immensa foresta Pontina ognuno ritrova la sua lestra, cioè una capanna costruita da lui o da quelli che lo hanno preceduto: spesso un antenato, perché le famiglie si sono perpetuate a volte per secoli in alcune di esse. (...) Per conto suo o di un altro, l’occupante pratica uno o parecchi dei mille mestieri della macchia: pastore, vaccaro, porcaio più spesso, talvolta boscaiolo, sempre bracconiere e vagabondo; (...) egli vive, e con la sua attività fornisce un reddito al padrone del terreno, e al suo, che gli ha affidato le bestie, quando queste non gli appartengono. Così passano sette mesi. Arriva giugno, le paludi si asciugano, gli stagni della foresta anche, i bambini tremano dalla febbre, le notizie dal paese sono buone. Per quindici giorni le strade sono coperte di persone che ritornano alle montagne. (...) La grande industria pastorale, che insieme alla piccola fa la ricchezza dell’Italia centrale, popola nello stesso periodo le montagne. (...) Una folla di vaccari, caprai, pecorai vengono a costruirvi o a ricostruirvi le loro capanne. Per più di sei mesi la montagna risuona dei campanacci, dei pifferi, dell’abbaiar dei cani. (...)

L’agricoltura della pianura attira ancora molte persone: la grande impresa agricola cioè, tipica soprattutto delle paludi Pontine. Le tenute sono molto vaste, e i mercanti di campagna, gestendone più d’una, ampliano ancora il volume dei loro affari. Siccome qui non abita nessuno, bisogna cercare altrove le braccia: sono di nuovo le montagne che forniscono il necessario. (...) Guidati dai loro “caporali”, i lavoratori arrivano in bande di uomini e di donne. (...) Per più di metà dell’anno Terracina è sommersa dalla folla della gente venuta da fuori”.

Nella relazione del Ministero dell’Agricoltura, datata 1874, Raffaele Canevari sottolinea il fattore sociale quale responsabile del “miasma palustre”. Un tempo – egli scrive – la regione ora insalubre era divisa in piccoli campi coltivati da una popolazione di agricoltori, ed il vivervi non era letale. Non sono sopraggiunti cataclismi che hanno modificato le condizioni naturali dei luoghi, ma è cambiata la fisionomia sociale della zona. È sparita la popolazione stabile, per far posto ad un bracciante agricolo “nomade e mercenario”, ed alla piccola proprietà si è sostituito il latifondo.

Tra il 1897 e il 1915 i cosiddetti “paesi della Palude”, nel loro evolversi civile e sociale, subirono una radicale trasformazione sia nel loro assetto urbano che nel tessuto sociale, mentre già tra il 1878 e il 1883 erano state varate le leggi speciali per l’Agro Romano, che introducevano il concetto di tutela della vita e della sanità dei lavoratori, per i quali si indicava l’esigenza di costruire abitazioni salubri.

Sotto il pontificato di Pio IX fu costituito il “Consorzio degli Enfiteusi Pontini”. In seguito tale ente fu denominato “Consorzio Idraulico Pontino” e quindi, nel corso del 1905, “Consorzio della Bonificazione Pontina”. Di fatto si protraeva un regime di perenne enfiteusi che vedeva le terre recuperate dalla bonifica di Pio VI ancora in mano a grandi proprietari terrieri ed enfiteuti che, negando le stesse terre ai coltivatori, riscuotevano lauti affitti senza impiegare congrui capitali per migliorarne la produttività e le condizioni di prosciugamento. D’altra parte, gli stessi comuni del comprensorio Pontino non mostravano grandi attenzioni verso gli sforzi del consorzio di bonifica e quindi in tutto il territorio la situazione era immobile.

L’Ottocento si conclude con il fallimento di due tentativi di colonizzazione. Tra Conca e Campomorto, nel 1897, si stabilì una colonia di marchigiani per avviare attività agricole e di pastorizia, ma due anni dopo, la malaria decimò la colonia.

Più a Sud, fra Terracina e San Felice Circeo, l’industriale Francesco Cirio prese in enfiteusi dal Comune di Terracina cinquemila ettari di terreno per dividerli in poderi di 10 ettari da affidare a contadini, fornendoli di strumenti tecnici e mezzi di sussistenza. L’efficiente prevenzione sanitaria e la buona alimentazione avrebbero sconfitto la malaria, permettendo ai coloni provenienti da Bassano Veneto una vita serena ed operosa. L’autunno e l’inverno trascorsero senza problemi, ma in primavera la malaria costrinse il Ministero dell’Interno a rimpatriare a proprie spese tutti i coloni.

Nello stesso periodo, tuttavia, nel cuore dei centri storici, si cominciarono a deliberare interventi edilizi di grande rilievo e vennero fissate nuove regole di vincoli ambientali attraverso l’approvazione di piani regolatori che osservavano una maggiore cura dell’arredo urbano ed imponevano severe prescrizioni edilizie. Le opere di demolizione vennero limitate allo stretto indispensabile per non gravare sugli oneri comunali degli espropri e per non compromettere la conservazione degli antichi impianti urbani ed architettonici. Fu, comunque, sistemata la viabilità interna dei paesi, trasformando talvolta in piazze angusti slarghi e furono soprattutto dotati di servizi civili e sociali indispensabili. Fu addotta l’acqua potabile in molti centri, furono moltiplicati i punti di approvvigionamento idrico pubblico, si cominciarono a sostituire gli impianti di illuminazione ad acetilene con quelli elettrici.

Nel 1892, due ferrovie locali, la Gaeta-Formia-Sparanise e la Velletri-Cori-Sezze-Priverno Fossanova-Terracina, avevano creato un nuovo assetto dei trasporti del territorio Pontino. Ulteriori conquiste della modernità del Novecento furono l’ampliamento degli uffici postali e telegrafici ed il rifacimento del servizio per il trasporto della corrispondenza e dei viaggiatori dai centri urbani agli scali ferroviari, introducendo carrozze al posto di “cavalcature”, favorendo in questo modo i collegamenti con Velletri, capoluogo di Circondario e con Roma, capitale del regno.

I vari Comuni concepirono poi dei programmi di risanamento urbano, assicurando spazio e decoro alle sedi municipali, realizzando qualche edificio scolastico ed abitazioni popolari.

Ai primi del 1900, tutto il territorio Pontino era in enorme fermento di vita sociale, anche se la situazione economica non era florida. L’obiettivo che via via le amministrazioni si andavano ponendo era quello del raggiungimento di un complesso di risultati sanitari, idraulici, abitativi, di riforma fondiaria, educativi.

Gli indicati obiettivi globali, che emergono già dalle prime leggi speciali sull’Agro Romano della fine Ottocento, vengono sistematizzati dal testo unico definitivo sulla nuova bonifica integrale varato con RDL 13 febbraio 1933, n.315. Lo Stato fascista diventava protagonista, indirizzando i privati e non più delegandoli, assistendoli finanziariamente o sostituendosi a loro. Gli strumenti sono quelli propri dello Stato, il Genio Civile, la Milizia Forestale, o di privati elevati al rango di persone giuridiche di diritto pubblico come i Consorzi di bonifica.

Insieme alla bonifica idraulica, elementi dell’operazione furono l’appoderamento e la colonizzazione. Procedure e mezzi utilizzati per questo fine furono la quotizzazione dei terreni, ossia la divisione delle aree espropriate; la scelta delle famiglie che avrebbero dovuto colonizzare quelle zone del territorio; la creazione delle strutture poderali nelle quali quelle famiglie avrebbero dovuto insediarsi. Con l’appoderamento si creavano le “minime unità colturali”, ossia le aziende agricole familiari capaci di sviluppare le risorse produttive che le rendessero autonome fino al riscatto della proprietà.

Il problema della bonifica riguardava anche le altre due pianure della provincia, quella di Fondi e Monte San Biagio e quella del Garigliano. Quest’ultima, iniziata nel 1926, riguardò prevalentemente la provincia di Caserta, nel comune di Sessa Aurunca, dove ebbe sede il Consorzio Aurunco di Bonifica. La bonifica della Piana di Fondi ebbe inizio nel 1929.

Tra il 1932 e il 1935 furono collocate in Agro Pontino 2215 comunità familiari, provenienti soprattutto dal Veneto (per il 50%) e dall’Emilia Romagna (per il 23%), suscitando la forte polemica delle popolazioni locali.

La seconda guerra mondiale viene a cadere in una situazione in cui la riforma agraria non aveva ancora conseguito o consolidato i suoi risultati. Le conseguenze materiali più dirette furono la distruzione di molte opere di bonifica, il danneggiamento della maggioranza delle case coloniche, il riallagamento dei campi per mancanza di manodopera maschile o ad opera di sabotaggi dei tedeschi in fuga. Molte famiglie di coloni ritornarono alle regioni d’origine alla fine delle ostilità.

La presenza dell’uomo, un tempo intensa nell’area montana, va progressivamente riducendosi a causa del concorrere di due elementi: l’eccessivo carico di bestiame, che rendeva insufficienti i pascoli, e l’emigrazione, accompagnata anche dall’abbandono degli antichi mestieri agricoli e pastorali.

La guerra provocò danni gravissimi e il dopoguerra spazzò via antiche economie, la produzione degli agrumi nelle pianure del Sud, le fabbriche di laterizi, e ne introdusse di nuove, soprattutto con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno che avviò il processo di industrializzazione, favorendo in particolare il Nord della provincia.

 
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