Il lavoro si presenta come uno sguardo complessivo sul riordinamento degli apparati amministrativi, funzionali a colmare lo iato tra progetti e realizzazione. Gli autori dei saggi passano in rassegna le più importanti proposte di riforma dell'amministrazione italiana, dall'Unità d'Italia a oggi.
Un'analisi sui diritti umani secondo un approccio olistico, che contenga e faccia dialogare il dibattito sulle disuguaglianze economiche, il ruolo delle Organizzazioni non governative, gli sviluppi teorici sulla democrazia deliberativa, le tematiche di genere e la salute globale. La ricerca si inserisce in un percorso di coerenza con altri lavori curati da Simonetta Bisi (insieme a Eva Pfoestl) sulle Seconde Generazioni e sui Richiedenti asilo in Italia.
A partire dal 2001 la stabilizzazione dell’Afghanistan resta uno dei principali obiettivi della comunità internazionale e innanzitutto degli Stati Uniti. Stabilizzare il Paese è però complesso data la molteplicità di interessi che entrano in gioco nell’intera area. Il ruolo del vicino Pakistan è dunque fondamentale per cercare di riportare la pace nell’area e per dare una prospettiva stabile all’Afghanistan e all’intera regione.
Gli esiti della Seconda guerra mondiale esclusero l’Italia dagli Stati fondatori dell’ONU. Il nostro Paese dovette attendere dieci anni prima di entrare a far parte dell’Organizzazione, approfittando della cosiddetta ammissione “in blocco” di sedici Stati del 1955. Una volta ammessa, però, l’Italia ha mostrato il proprio impegno per il rafforzamento del ruolo e delle attività dell’Organizzazione universale, nei diversi ambiti di intervento: il mantenimento della pace e la soluzione pacifica delle controversie, la promozione e la protezione dei diritti umani, la cooperazione nel campo economico e sociale. La ricerca intende mettere in luce i percorsi della politica estera italiana all’interno dell’ONU e il ruolo del nostro Paese per le questioni che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha affrontato e tutt’ora affronta. Tutto ciò grazie agli interventi dei Rappresentanti italiani in Assemblea Generale. Un contributo di rilievo nel contesto della storiografia italiana e straniera sul ruolo dell’Italia alle Nazioni Unite.
La ricerca intende analizzare l’occupazione italiana nei paesi dei Balcani nel corso della seconda guerra mondiale. Il tema è stato oggetto di studio negli anni recenti, ma spesso l’approccio è stato di tipo ideologico. Sulla base della documentazione originale di cui si potrà disporre, grazie alla collaborazione dell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, si potrà compiere una lettura degli eventi che sino ad ora è stata soltanto parziale. Accanto alla documentazione presente presso l’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito, si lavorerà su documentazione del Ministero degli Esteri e degli Archivi di Stato dei paesi interessati dall’occupazione italiana nel corso della seconda guerra mondiale. La ricerca riveste grande interesse perché sarebbe la prima volta che si compie uno studio sul tema, potendo disporre di una documentazione così ampia.
L’Unione Europea rappresenta oggi un attore centrale, eppure del tutto sui generis, della politica globale. L’ampiezza del suo mercato, la sua influenza politica, il suo sviluppo tecnologico e lo sviluppo straordinario delle relazioni internazionali la rendono un attore globale a pieno titolo. È la prima potenza commerciale del mondo (20% delle importazioni e della esportazioni mondiali) ed è pari agli USA per quanto riguarda il PIL. È la seconda potenza monetaria mondiale in termini di circolazione e di riserve valutaria. Ed è la prima potenza in materia di cooperazione e di aiuto umanitario. Seppur formalmente non membro delle Nazioni Unite, e quindi priva del diritto di voto, l’Unione Europea contribuisce oggi per circa il 38% del bilancio ONU, più del 40% del bilancio per le missioni di peacekeeping ONU e circa il 50% di contributi a fondi e programmi ONU. Le relazioni tra le due istituzioni sono iniziate nel 1974 e oggi l’Unione Europea è parte di più di cinquanta accordi e convenzioni multilaterali dell’ONU in aree in cui il trasferimento di sovranità dagli stati membri si è già verificato. Eppure non è soltanto per questi fattori che l’Unione Europea rappresenta oggi un attore cruciale del contesto mondiale. La proiezione esterna dell’Unione Europea è caratterizzata da un alto tasso di normatività, sia implicita sia esplicita, dove per normatività possiamo quindi intendere brevemente l’appello a valori e principi con pretese di validità universalistiche. Sin dagli anni ’70 la componente normativa ha cominciato a permeare i documenti programmatici europei. La sua ancora poco strutturata politica estera è dunque comprensibile solo alla luce di un ambizione normativa che, insieme ai più tradizionali strumenti diplomatici, rappresenta un unicum nello scenario internazionale. È questo accento normativo l’aspetto che maggiormente distingue la politica estera europea dalle politiche perseguite dagli altri attori globali o regionali.
Il termine multiculturalismo è emerso per la prima volta verso la fine degli anni ‘60 in varie democrazie occidentali, come etichetta per una serie di nuovi sperimenti in relazione all’adattamento alla diversità. Dalla fine degli anni ‘90 in poi, tuttavia, e ancora più dopo gli attentati terroristici del settembre 2001, il multiculturalismo è stato sempre più bersagliato dalle critiche. In realtà, molti commentatori hanno proclamato un “ ritiro dal multiculturalismo”, se non proprio la “morte del multiculturalismo”, insieme alla necessità di sviluppare un nuovo approccio “post-multiculturale” alla diversità. Obiettivo della ricerca è quello di indagare su un multiculturalismo liberale plausibile.
L’interpretazione tradizionale del tema della sicurezza in rapporto alla condizione femminile si declina in termini di protezione dalla violenza e dall’abuso. Questi aspetti del problema sono sicuramente importanti ma danno luogo a una visione parziale. Come sappiamo, spesso i media mettono “in prima pagina” la questione della sicurezza in rapporto alla condizione femminile proprio in questi termini. E’ nostra intenzione mostrare in questo progetto che il tema sicurezza e condizione femminile ha una ambito più vasto e una visone più generale. Non e solo la salvaguarda fisica e sessuale della donna in altre parole, ad avere rilevanza, ma anche la sua sicurezza sociale, economia e morale. A questo aspetto del problema abbiamo dato l’etichetta non del tutto precisa ma a nostro avviso comprensibile di welfare. Questa ricerca si propone di analizzare i cambiamenti – pratici, ma anche concettuali e di obiettivi – in atto nei modelli di welfare state in relazione alla condizione femminile. Si ritiene che la trasformazione del welfare dev’essere messa anche in relazione, più o meno causale, con le trasformazioni dei bisogni, ovvero dei rischi sociali da un lato, delle aspettative di cittadinanza dall’altro. Sembrano inoltre sempre più necessarie analisi articolate di interessi, desideri e bisogni delle donne a partire dalle loro diversità e una definizione dell’identità e della soggettività dei destinatari a partire dalla loro vita quotidiana.
La ricerca “Sicurezza e condizione femminile nelle società occidentali” traccia un duplice legame fra i due termini della trattazione: la sicurezza e la condizione femminile. Infatti, se tradizionalmente gli studi hanno registrato il senso unilaterale di questo binomio, definendo quella delle donne una condizione “insicura” per caratteristiche biologiche, fisiche, culturali, e quindi anche economiche, politiche, professionali, alla luce delle radicali trasformazioni che hanno interessato le società occidentali è possibile individuare un secondo, speculare filone di indagine, nel quale il ruolo della donna è attivo come promotrice o garante della sicurezza. Molti sono i fenomeni che possono supportare questa teoria e legittimare una buona parte degli ultimi studi di genere, prodotti da studiosi europei e d’oltreoceano da cui prendono spunto le riflessioni contenute in questo lavoro. Si è ritenuto più esplicativo descrivere la condizione femminile rispetto al tema della sicurezza tracciando il percorso che negli ultimi decenni ne ha segnato le profonde trasformazioni accennate guardando ad alcuni ambiti nei quali più evidenti sono stati i fenomeni indicatori di una diversa condizione della donna in termini di sicurezza.
La crisi economica attuale - partita dalla finanza occidentale - si è diffusa a macchia d’olio per il resto del mondo. Non si tratta solo di una crisi economica o finanziaria. È una crisi strutturale che impone una critica sostanziale del modello di sviluppo che l’economia del mondo avanzato ha promosso negli ultimi secoli. Le ragioni di questa crisi, che è innanzitutto una crisi di fiducia nel sistema, vanno cercate principalmente nel “fondamentalismo” di mercato, che ha rappresentato per anni lo spirito del capitalismo selvaggio e nell’eccesso di libertà contrattuale/assenza di controlli che ne è derivata. Il mercato che è scaturito da questo capitalismo selvaggio è un mercato che si è dimostrato incapace di regolare se stesso e i rapporti al proprio interno e che ha inciso negativamente sul livello di fiducia esistente tra gli operatori economici. La crisi suggerisce di formulare una riflessione radicale sulla natura del capitalismo e dei suoi limiti. Non si intende mettere in discussione l’efficienza legata al mercato concorrenziale ma piuttosto si vuole andare al di là di una cultura economica puramente individualista basata sul profitto. La ricerca analizza la relazione tra responsabilità sociale di impresa in termini di sviluppo sostenibile. Da questo punto di vista, la ricerca mette in evidenza: •L’economia d’impresa e la Dottrina sociale della Chiesa nel contesto teorico dell’economia sociale di mercato. •La Responsabilità sociale delle imprese. Contenuti, sfide e promesse. •Il ruolo della Responsabilità sociale d'impresa nei processi di sviluppo. •Le banche di credito cooperativo e la responsabilità sociale d’impresa.

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