rivolta

Apr
26

Pasqua di sangue in Siria

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Dopo i morti dei giorni scorsi prosegue il pugno duro del presidente Bashar al-Hassad contro Daraa, l’epicentro della rivolta. All’alba una decina di carri armati e blindati fanno da apripista alla temutissima Guardia presidenziale di Maher al-Assad, il fratello del presidente. Poi a migliaia entrano i soldati. Presidiati i viali del centro e la piazza dell’antica moschea al-Omari, luogo simbolo dei raduni contro il regime. Il governo di Damasco, per giustificare l’intervento, fa sapere che si sta rispondendo duramente al tentativo di "instaurare un emirato guidato da un emiro salafita". Ma a tutti è chiaro che è la prova di forza nel tentativo di annientare, spezzare la rivolta. Cecchini appostati suoi palazzi governativi, incursioni di uomini in divisa per le strade mentre dalla capitale giungono pure alcuni elicotteri militari: brandelli di testimonianza dalla “città martire” siriana, da ieri completamente proibita ai giornalisti. Le testimonianze giungono attraverso i cellulari giordani perché le reti siriane da giorni sono oscurate.

Mar
23

Aggiornamenti dalla Libia

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Lucio Caracciolo si chiede: “Siamo in guerra: come vincerla? La prima domanda che ogni governo responsabile dovrebbe porsi, quando decide di partecipare a un conflitto, è la domanda che il nostro governo non si pone. Non è un paradosso. È l’effetto dell’incrocio di tre fattori. Primo: la nostra storica refrattarietà al pensare strategico, surrogata con l’affidamento allo Stellone. Secondo: l'ignoranza del campo di battaglia, sia in quanto alle effettive capacità del nemico (Gheddafi), sia soprattutto relativamente a caratteri e forza dei nostri alleati sul terreno (i ribelli della Cirenaica), ossia di coloro che dovrebbero svolgere i compiti della fanteria che né noi né gli americani e nemmeno i franco-inglesi intendono schierare. Terzo: perché temiamo che comunque vada perderemo. Tre ottime ragioni per non rovinarci l’umore con fastidiosi rovelli."

Affidiamoci allo Stellone

Mar
13

Le opzioni dell'America in Libia

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L’Europa sembra essere incapace di prendere iniziative concrete. Le uniche iniziative a cui la Comunità internazionale sembra esser giunta in modo condiviso sembrano essere il congelamento degli asset finanziari di Gheddafi, oggi quasi totalmente bloccati, e l’embargo voluto dall’Onu. Dall’atra parte dell’oceano Jay Carney, portavoce di Obama, continua a ripetere che la Casa Bianca non esclude alcuna opzione. Al contrario quello della Clinton, Philip Crowley, si è appellato proprio all’embargo imposto dall’Onu alla Libia per escludere la possibilità di aiutare militarmente il popolo che si è ribellato al regime. Per Washington, dunque, l’opzione militare sembra essere ancora praticabile. È probabile che Obama avrebbe dato la mano affinché la Libia prendesse la stessa, pacifica strada di Tunisia ed Egitto. Ma evidentemente la storia ha altri piani.

Le opzioni dell’America in Libia

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